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Capolavori italiani nel mondoItalian Masterpieces around the World
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CAPOLAVORI ITALIANI DAL XIV al XVII
una mostra impossibile

ITALIAN MASTERPIECES from XIV to XVII
an Impossible Exhibition

La mostra “Capolavori italiani dal XIV al XVII” raccoglie, in particolare, dipinti e affreschi dei maggiori pittori del XIV, XV, XVI, e XVII secolo: 35 opere d’arte disseminate in musei, chiese e collezioni private di diverse città del mondo. Questa esposizione è, al tempo stesso, un trailer di grande efficacia, filologicamente impeccabile, che invoglia a visitare i dipinti originali e i luoghi che li ospitano. Corredata di un vastissimo apparato storico-artistico, la mostra, curata dallo storico dell'arte Ferdinando Bologna, si arricchisce via via di nuovi capolavori.

The exhibition “Italian Masterpieces from XIV to XVII” collects, in particular, paintings and frescoes by the greatest painters of the XIV, XV, XVI and XVII centuries: 35 works of art spread across museums, churches and private collections in various world cities. At the same time, this exhibition is a very effective, philologically impeccable trailer to urge people to visit the original paintings and the places where they are kept. Supported by a vast historic-artistic apparatus, the exhibition, curated by art historian Ferdinando Bologna, is continually enhanced by new masterpieces.

Il catalogo della Mostra ImpossibileCapolavori italiani

Madonna con il bambinoMadonna with child

Giovanni CimabueGiovanni Cimabue

Su fondo oro Maria, a mezza figura nella posa della Vergine Odigitria, indossa il mantello blu solcato dalle crisografie bizantine ravvivate dall'agemina, e il Martyrion rosso sotto di esso. La vergine tiene tra le braccia un Bambino che muove gambe e braccia e accarezza con una mano il volto della madre, secondo la tradizione bizantina della Glykophilousa, ma con un dinamismo ed un'espressione quasi scomposta che preludono la svolta naturalistica della pittura italiana negli anni a venire. Il vestitino del bambino, di un raro rosa-violetto, è caratterizzato da un panneggio con delicate lumeggiature, più voluminoso rispetto al manto blu di Maria. Inoltre gesù è avvolto da un velo trasparente di grande raffinatezza, forse un'anticipazione del perizoma del Crocifisso di Santa Croce.

On a gold background was Mary, half-length in the pose of the Virgin Odigitria, wearing the blue cloak furrowed by Byzantine chrysographies enlivened by the agemina, and the red Martyrion under it. The Virgin holds in her arms a Child who moves legs and arms and caresses his mother's face with one hand, according to the Byzantine tradition of Glykophilousa, but with a dynamism and an almost decomposed expression that prelude the naturalistic turning point of Italian painting in the years to come. The baby's dress, in a rare violet-pink, is characterized by a drapery with delicate highlights, more voluminous than Maria's blue mantle. Moreover, Jesus is wrapped in a transparent veil of great refinement, perhaps an anticipation of the thong of the Crucifix of the Holy Cross.

Maestà del LouvreSta. Trinità Madonna

Giovanni CimabueGiovanni Cimabue

Il dipinto, che si trovava nella chiesa di San Francesco a Pisa (dove lo videro Antonio Billi, l'Anonimo Magliabechiano e Giorgio Vasari), venne trasportato a Parigi nel 1812, durante l'occupazione napoleonica da Jean Baptiste Henraux, su interessamento diretto dell'allora direttore del Museo Napoleone, particolarmente desideroso di implementare le raccolte di pittura "primitiva" italiana. Dal 1814 fu esposta al Louvre. Dopo le restituzioni la grande tavola fece parte di quei circa 100 dipinti che rimasero in Francia, per via delle grosse dimensioni che ne rendevano difficoltoso il trasporto.

Fu restaurata nel XIX secolo, mediante un intervento assai criticato che avrebbe portato ad una pulitura eccessiva del colore. Un'ulteriore restauro fu compiuto nel 1937-1938.

La tavola fu ascritta a Cimabue, con maggiori o minori interventi di bottega, dalla maggior parte dei critici sin dall'Ottocento. Tra questi ci sono Wackernagel, Strzygowski, Sirén, Battisti, Nicholson, Gardner, Smart, Ayer, Thode, Frey, Adolfo Venturi, Berenson, Salmi, Toesca, Garrison, Lazarev, White, Sinibaldi, Ragghianti, Samek Ludovici, Salvini, Caleca e Bellosi. Propesero per una datazione giovanile Longhi, Volpe, Marcucci, Bologna. L'attribuirono a un seguace Aubert e Van Marle. Negarono del tutto l'autografia Da Morrona, Douglas, Suida, Soulier e Sindona (alcuni di essi però la videro prima del restauro del 1937-38, e in un periodo in cui non erano ancora stati chiariti i confini attributivi con Duccio e la sua cimabuesca Madonna Rucellai). Battista, che la ipotizzava realizzata quando Cimabue era a Pisa per i mosaici del Duomo, pensò a un'opera avviata dal maestro e conclusa, con qualche travisamento, da altri pittori.

The painting, which was in the church of San Francesco in Pisa (where Antonio Billi, the Anonymous Magliabechian and Giorgio Vasari saw it), was transported to Paris in 1812, during the Napoleonic occupation by Jean Baptiste Henraux, with the direct interest of the then director of the Napoleon Museum, particularly eager to implement the collections of "primitive" Italian painting. From 1814 it was exhibited in the Louvre. After the returns, the large panel was one of about 100 paintings that remained in France, due to its large size, which made it difficult to transport.

It was restored in the 19th century, through a much criticized intervention that would have led to an excessive cleaning of the colour. A further restoration was carried out in 1937-1938.

The panel was attributed to Cimabue, with more or less workshop interventions, by most critics since the nineteenth century. Among them are Wackernagel, Strzygowski, Sirén, Battisti, Nicholson, Gardner, Smart, Ayer, Thode, Frey, Adolfo Venturi, Berenson, Salmi, Toesca, Garrison, Lazarev, White, Sinibaldi, Ragghianti, Samek Ludovici, Salvini, Caleca and Bellosi. Propesero for a juvenile dating Longhi, Volpe, Marcucci, Bologna. They attributed it to a follower Aubert and Van Marle. They completely denied the autograph Da Morrona, Douglas, Suida, Soulier and Sindona (some of them, however, saw it before the restoration of 1937-38, and at a time when the attributive boundaries with Duccio and his cimabuesca Madonna Rucellai had not yet been clarified). Baptist, who hypothesized it was made when Cimabue was in Pisa for the mosaics of the Duomo, thought of a work started by the master and completed, with some misinterpretation, by other painters.

AnnunciazioneAnnunciation

Beato AngelicoBeato Angelico

L’Annunciazione del Beato Angelico avviene all’interno di una loggia, rappresentata in maniera prospettica. La disposizione dei soggetti è innovativa: avviene infatti lungo una diagonale che suggerisce anche la simmetria dei loro gesti. L’ambiente architettonico è molto semplice, sfarzoso solo nei capitelli, corinzi e ionici, delle colonne. Anche le vesti della Vergine suggeriscono l’umiltà d’animo propria di Maria. L’arcangelo Gabriele invece presenta le ali colorate, simbolo della presenza divina, e una veste ricamata d’oro. Il momento immortalato è quello in cui l’arcangelo ha appena pronunciato l’annuncio e attende il “sì” di Maria. Sullo sfondo dell’affresco vi è un hortus conclusus, un giardino chiuso, appunto, da una staccionata che simboleggia la verginità di Maria.

The Annunciation of Beato Angelico happens on the inside of a loggia, represented in a perspective way. The arrangement of the subjects is innovative: it takes place along a diagonal that also suggests the symmetry of their gestures. The architectural environment is very simple, sumptuous only in the corinthian and ionic capitals of the columns. Even the Virgin's robes suggest the humility of Mary's soul. The archangel Gabriel, on the other hand, has coloured wings, symbol of the divine presence, and a garment embroidered in gold. The immortalized moment is when the archangel has just pronounced the announcement and awaits Mary's "yes". In the background of the fresco there is a hortus conclususus, a garden enclosed by a fence symbolizing Mary's virginity.

CrocifissioneCrucifixion

MasaccioMasaccio

Questa tavola fa parte di del polittico di Pisa, dove era collocato in alto, dato molto importante per la corretta lettura dell’opera. Infatti Masaccio dipinge il Cristo come se avesse la testa incassata nelle spalle, come se si fosse arreso alla morte, in realtà è tutta questione di prospettive: l’osservatore doveva guardare l’opera dal basso, in questo modo l’assenza del collo faceva percepire la pesantezza del capo, chino sullo sterno. Nella parte bassa invece troviamo la disperazione dei tre soggetti: sulla sinistra la Vergine Maria che piange il figlio morto con le mani giunte; a destra san Giovanni che si lascia al dolore poggiando la testa sulle mani, anch’esse giunte; al centro troviamo la figura della Maddalena, unico soggetto che conferisce dinamicità all’intera opera: china su se stessa con la schiena straziata dal dolore, alza le braccia come se volesse raggiungere il Cristo sulla croce.

This panel is part of the polyptych of Pisa, where it was placed at the top, which is very important for the correct reading of the work. In fact Masaccio paints the Christ as if his head were recessed in his shoulders, as if he had surrendered to death, in reality it is all a matter of perspective: the observer had to look at the work from below, in this way the absence of the neck made one perceive the heaviness of the head, bent over the sternum. In the lower part instead we find the despair of the three subjects: on the left the Virgin Mary who cries over her dead son with her hands joined; on the right Saint John who leaves himself to pain by resting his head on his hands, also joined; in the middle we find the figure of Magdalene, the only subject that gives dynamism to the whole work: she bends over herself with her back torn by pain, raises her arms as if she wanted to reach Christ on the cross.

Flagellazione di CristoFlagellation of Christ

Piero della FrancescaPiero della Francesca

La firma “Opus Petri de Burgo Sancti Sepulcri”, che riferisce la paternità della tavola a Piero della Francesca, è l’unico dato certo di un’opera estremamente enigmatica che ha affascinato e intrigato studiosi di ogni sorta. Niente si sa della commissione o della destinazione originale del dipinto, registrato tuttavia in un inventario settecentesco dei beni del Duomo di Urbino. Danneggiato da tre lunghe fenditure orizzontali e da alcune cadute di colore, fu sottoposto già da Giovan Battista Cavalcaselle dopo il 1870 ad un complesso restauro, ma l’eccessiva pulitura rimosse la scritta "Convenerunt in unum", che non si trova più citata nelle fonti dopo il 1863. Nel 1916 l'opera venne definitivamente trasferita a Palazzo Ducale, da dove fu rubata il 6 febbraio del 1975 e poi recuperata a Locarno il 22 marzo dell'anno successivo.
In assenza di documenti, la datazione attribuita oscilla dal 1444 (Longhi) al 1472 (Battisti). Il carattere albertiano dell'architettura induce a collocarla dopo il 1447 (inizio del tempio Malatestiano), attorno al 1458-1459, subito dopo il viaggio dell’artista a Roma, ma vicina anche al grande ciclo affrescato a Arezzo per le connotazioni delle architetture e di talune fisionomie. La tavola raffigura la Flagellazione, una scena abbastanza comune nelle predelle o nei cicli della vita di Cristo, più rara da sola; è impostata tridimensionalmente secondo leggi geometrico-matematiche con l'uso del rapporto aureo nel proporzionare le due metà, in maniera non casuale ma anche con valenze allegorico-simboliche. Piero probabilmente si avvalse di uno sviluppo in pianta e in alzato del dipinto, come si era soliti fare per le costruzioni architettoniche reali. Le relazioni spaziali tra le figure generano quindi una simmetria non immediatamente percepibile e i due gruppi principali si appoggiano su due quadrati del pavimento di medesime dimensioni, che si controbilanciano. Il punto focale è il cerchio nero schiacciato in prospettiva sotto la figura di Cristo, inscritto in un quadrato - testimonianza matematica della sua natura divina - alludendo al problema della quadratura del cerchio, caro alla geometria antica, che Piero affrontò nel suo Libellus de quinque corporibus regularibus.
Tutti i tentativi di interpretazione si incentrano sul gruppo delle tre figure a destra, e in particolare sul giovane biondo dagli occhi sbarrati al centro, identificato per lungo tempo con Oddantonio, il fratellastro e predecessore di Federico da Montefeltro, ucciso appena diciassettenne in una congiura il 22 luglio 1444. Già Kenneth Clark, con ampio seguito di critica, aveva collegato l’opera alla caduta di Costantinopoli (1453) e alle sue conseguenze. Silvia Ronchey (2006) vi legge l’allusione al Concilio di Mantova del 1459, ricordato dalla frase Convenerunt in unum, promosso da Pio II per organizzare una crociata antiturca dietro suggerimento di Bessarione, il dotto bizantino che aprì il Concilio di Ferrara e Firenze del 1438-1439 per la riunificazione delle chiese orientale e occidentale. Cristo flagellato rappresenterebbe il sacrificio di Bisanzio, riconoscibile dalla colonna sormontata dalla statua di Costantino-Apollo-Heliòs che svettava nell'antico foro, nonché la sofferenza di tutti i cristiani per mano degli infedeli. Ponzio Pilato ha le sembianze dell'Imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo venuto in Italia per il concilio del 1439, effigiato, tra l’altro, in una splendida medaglia di Pisanello, che costituisce una sorta di modello, che nel 1453 non fece nulla per difendere la città martire. L’opera sarebbe stata quindi realizzata intorno al 1460-61. Le tre figure sulla destra rappresenterebbero Bessarione, Tommaso Paleologo fratello dell'Imperatore, con la veste porpora dell’imperatore bizantino ma scalzo perché esiliato, e Niccolò III d'Este. Per Carlo Ginzburg la figura di destra sarebbe Giovanni Bacci, committente degli affreschi di Arezzo, e il giovane Bonconte II da Montefeltro, amatissimo figlio naturale di Federico, legittimato nel 1458 e morto di peste alla fine di luglio del 1458.
Dalle radiografie si è scoperto che Piero dedicò particolare cura al turbante, disegnato a parte e poi riportato sulla base preparatoria tramite un piccolo cartone su cui eseguì lo spolvero, per garantire un’assoluta precisione. L’attenzione ai dettagli dimostra la cura estrema del pittore nella costruzione di una tavola che incanta non solo in virtù del messaggio che racchiude, ancora non definitivamente svelato, ma per il rigore compositivo, la luce zenitale straordinaria che varia i punti di vista, la purezza matematica delle proporzioni, il senso di perfezione assoluta.

Testo di Giovanna Lazzi

The signature “Opus Petri de Burgo Sancti Sepulcri”, which refers authorship to Piero della Francesca, is the only certain fact in this extremely enigmatic work, which has fascinated and intrigued scholars of all kinds. Nothing is known of the commission or cause of this painting, though it was listed in an 18th-century inventary of Urbino Cathedral possessions. Damaged by three long, horizontal slits and several drops in colour, it was already subjected to complex restoration by Giovan Battista Cavalcaselle after 1870, but the excessive cleaning removed the text "Convenerunt in unum", which was not quoted in any source after 1863. In 1916 the work was definitively transferred to Palazzo Ducale, whence it was stolen on 6 February 1975; it was recovered at Locarno on 22 March of the following year. In the absence of documents, the dating attributed oscillates from 1444 (Longhi) to 1472 (Battisti). The Albertian characture of the achitecture leads to collocation after 1447 (start of the Malatesta Temple), around 1458-1459, immediately after the artist’s journey to Rome, but also near the great fresco cycle at Arezzo, due to connotations of architecture and certain facial features. The panel portrays the Flagellation, quite a common scene in predellas or cycles of the Life of Christ, but rarer alone; it is set up three-dimensionally according to geometrical-matematical rules, using the gold relationship to proportion the two halves, in a way that is not casual but allegorically and symbolically relevant. Piero probably made use of plan and raised development for this painting, as he would usually do for royal architectural constructions. The spatial relationships between the figures thus generate symmetry that is not immediately apparent, and the two main groups rest on two average-sized floor squares, which balance each other. The main focus is the black, flattened circle in perspective below the figure of Christ, inscribed in a square, which mathematically testifies to its divine nature and alludes to the problem of squaring the circle, dear to ancient geometry, and considered by Piero in his Libellus de quinque corporibus regularibus.
All attempts at interpretation revolve around the group of three figures on the right, in particular the blond, wide-eyed youth in the centre, long identified as Oddantonio, stepbrother and predecessor of Federico da Montefeltro, killed at just seventeen in a conspiracy on 22 July 1444. Kenneth Clark already placed the work at the fall of Costantinople (1453) and its conseguences, and many critics followed him. Silvia Ronchey (2006) read an allusion to the Council of Mantova in 1459, recalled by the phrase Convenerunt in unum, promoted by Pius II to organise an anti-Turk crusade at the behest of Bessarion, the Byzantine scholar who opened the Council of Ferrara and Florence, 1438 - 1439, to reunify Eastern and Western churches. The flagellated Christ could represent the sacrifice of Byzantium, reconognisable from the column topped by the staue of Constantine-Apollo-Heliòs that rose in the ancient forum, as well as the suffering of all Christians at the hands of infidels. Pontius Pilate looks like the Byzantine Emperor John VIII Palaiologus, who came to Italy for the Council of 1439, portrayed in, amongst other things, a splendid medal of Pisanello, constituting a sort of model, who did nothing in 1453 to defend the martyr city. The work was, then, created around 1460-61. The three figures on the right are Bessarion, Thomas Palaiologus (the Emperor’s brother, in the Byzantine Emperor’s purple clothes, but barefoot due to exile), and Niccolò III d'Este. For Carlo Ginzburg the figure on the right is Giovanni Bacci, commissoner of the Arezzo frescoes, and young Bonconte II da Montefeltro, Federico’s adored natural son, made legitimate in 1458 and dying of the plague at the end of July 1458.
X-rays prove that Piero dedicated particular care to the turban, drawn separately and then brought back to its preparatory basis via a small cartoon which he then dusted off, to guarantee full precision. The attention to detail demonstrates the painter’s extreme care in constructing a panel that enchants both by virtue of its - still not definitively revealed - message, and due to its compositional rigour, the extraordinary Zenithal light that varies the viewpoints, the mathematcal purity of the proportions and the sense of absolute perfection.

Text by Giovanna Lazzi

Madonna della MisericordiaPolyptych of the Misericordia

Piero della FrancescaPiero della Francesca

Quest’opera fa parte di un polittico commissionato a Piero della Francesca dalla Confraternita della Misericordia. La sua posizione è centrale, come suggerisce l’insieme di linee-forza del dipinto. La figura solenne della Madonna della Misericordia si staglia al centro e apre il suo mantello dando vita a uno spazio che richiama l’abside di una chiesa, sotto il quale i fedeli si inginocchiano a pregare. L’iconografia peculiare ricorda l’affresco di Parri Spinelli nel Santuario di Santa Maria delle Grazie ad Arezzo, a differenza di quest’ultimo l’autore pone sotto il mantello della Vergine solo il priore, i consiglieri della fraternità e le loro signore, come fosse un luogo isolato dove s’incontrano l’umano e il divino. Lo sfondo d’oro caratterizza ancora di più questa sensazione facendo spiccare la Madonna dal fondo in un’espressione di estrema sacralità. 

This work is part of a polyptych commissioned to Piero della Francesca by the Confraternita della Misericordia. Its position is central, as suggested by the set of lines-force of the painting.  The solemn figure of Mary stands out in the centre and opens her cloak, creating a space that recalls the apse of a church, under which the faithful kneel down to pray. The peculiar iconography recalls Parri Spinelli's fresco in the Sanctuary of Santa Maria delle Grazie in Arezzo, unlike the latter the author places under the Virgin's cloak only the prior, the counselors of the fraternity and their ladies, as if it were an isolated place where the human and the divine meet. The golden background characterizes this feeling even more, making the Madonna stand out from the background in an expression of extreme sacredness. 

Madonna di SenigalliaMadonna of Senigallia

Piero della FrancescaPiero della Francesca

Arriva in Galleria nel 1917, presunto regalo di Federico da Montefeltro per le nozze della figlia Giovanna con Giovanni della Rovere, signore di Senigallia. L’interesse nella modulazione della luce, come avviene per il raggio di sole pulviscolare  nel vano sul fondo, suggerisce l’avvicinamento di Piero della Francesca alla tradizione fiamminga. La figura centrale è la Madonna con in braccio il bambino Gesù e ai lati due angeli, tutti con un espressione ieratica. Il contrasto principe di quest’opera sta nell’aver inserito delle figure così solenni e riccamente vestite in un ambiente domestico, dai toni tenui e con una luce diffusa che ricorda l’interno di una casa. Abbandona, dunque, lo sfondo in foglia d’oro, senza però rinunciare alla simbologia: la rosa bianca in mano al bambino, il corallo da lui indossato, lo stesso raggio di sole e gli oggetti dipinti nella nicchia sono tutti simboli derivanti dalla tradizione cristiana.

It arrived in the Gallery in 1917, presumed gift of Federico da Montefeltro for the wedding of his daughter Giovanna with Giovanni della Rovere, Lord of Senigallia. The interest in the modulation of light, as is the case with the ray of dust in the space at the back, suggests Piero della Francesca's approach to Flemish tradition. The central figure is the Madonna with the baby Jesus in her arms and at the sides two angels, all with a hieratic expression. The main contrast of this work lies in the inclusion of such solemn and richly dressed figures in a domestic environment, with soft tones and a diffused light reminiscent of the interior of a house. He abandons, therefore, the gold leaf background, without renouncing the symbolism: the white rose in the child's hand, the coral he is wearing, the same ray of sunshine and the objects painted in the niche are all symbols deriving from Christian tradition.

Cristo alla colonnaChrist at the Column

Antonello da MessinaAntonello da Messina

Cristo alla colonna è uno dei quadri più espressivi dell’autore. La maestria con cui egli riesce a rappresentare dubbio, dolore, disperazione e richiesta di pietà, in un solo istante sul volto del Cristo è degno di lode. Il momento che stiamo osservando equivale all’attimo in cui il Cristo chiede pietà al Padre. Antonello da Messina riesce a narrare questo episodio tramite dei dettagli peculiari che rendono quest’opera unica: il Cristo non guarda noi spettatori ma il cielo, in un’espressione che lo rende più vicino all’uomo che al divino; la sua bocca semi aperta è dipinta con tale sapienza che sembra quasi di sentirne uscire la voce; i capelli bagnati dal sudore raccontano la disperazione di quel momento; la corona di spine che stringe la testa del Cristo riesce perfettamente a trasmettere quella sensazione di dolore. L’intera opera sembra essere un dettaglio ed è indubbiamente uno dei quadri più espressivi dell’autore.

Christ at the Column is one of the author's most expressive paintings. The mastery with which he manages to represent doubt, pain, despair and the demand for mercy in a single instant on Christ's face is worthy of praise. The moment we are observing is equivalent to the instant in which Christ asks the Father for mercy. Antonello da Messina manages to narrate this episode through some peculiar details that make this work unique: Christ doesn't look at us spectators but at the sky, in an expression that makes him closer to man than to the divine; his half-open mouth is painted with such knowledge that it almost seems to hear his voice coming out; his hair wet with sweat tells the despair of that moment; the crown of thorns that clutches Christ's head is perfectly able to transmit that sensation of pain. The whole work seems to be a detail and is undoubtedly one of the author's most expressive paintings.

Annunciazione di CestelloCestello Annunciation

Sandro BotticelliSandro Botticelli

L'Annunciazione, realizzata nel 1489 - 90 per la cappella della famiglia Guardi nella chiesa del Cestello, è conservata agli Uffizi dal 1872. L’intensa drammaticità che pervade la scena, pur nella sua iconografia notissima e codificata, rammenta la profonda inquietudine mistica del pittore dovuta alle suggestioni delle prediche di Girolamo Savonarola. Lo suggerisce la torsione del corpo di Maria, che interrompe la lettura per volgersi verso l’angelo, appena atterrato con il manto ancora sollevato dal vortice del vento. La stanza si apre come una quinta teatrale verso lo sfondo dove, dalla finestra, appare chiaro e nitido un paesaggio ben delineato di ispirazione fiamminga, mentre il pavimento, nella sua partizione geometrica, rivela un attento studio prospettico. Il muto colloquio tra i due protagonisti è sottolineato dall’intenso gioco di sguardi, dove si coglie la riflessione del pittore sulla fede e la bellezza, quel dramma interiore che pervade l’ultima fase della sua produzione. La figura del Cristo in pietà, che mostra il velo della Veronica, si impone nella cornice timbrata dallo stemma di famiglia (trinciato d'argento e di rosso, al cane rampante attraversante di nero) come ulteriore, drammatico elemento di meditazione mentre la doppia iscrizione con le parole evangeliche e del Magnificat riconduce al tema dell’Annunciazione svelato nella tavola.

Testo di Giovanna Lazzi

The Annunciation, made in 1489 - 90 for the Guardi family's chapel in Cestello Church, has been conserved at the Uffizi since 1872. The intense drama pervading the scene, even in its famed, codified iconography, recalls the painter's deep mystical disquiet due to the effects of Girolamo Savonarola's preaching. It is implied by the twisting of Mary's body, as she interrupts her reading to turn to the angel, who has just landed, her mantel still lifted by the vortex of wind. The room opens like a theatre stage towards the background, where the window displays a clear, fine countryside, well delineated and inspired by Fleming art, while the geometric partition of the floor reveals a careful study of perspective. The silent talk between the two main characters is underlined by an intense interplay of gaze, in which one grasps the painter's reflection on faith and beauty, that interior drama pervading the final phase of production. The figure of Christ in pity, which Veronica's veil shows, is imposed on the frame, stamped with the family coat of arms (cut in silver and red, to the rampant dog crossing in black) as a further, dramatic element of meditation, while the double inscription with Gospel words and the Magnificat leads back to the theme of the Annunciation on the panel.

Text by Giovanna Lazzi

Battesimo di CristoBaptism of Christ

Andrea del VerrocchioAndrea del Verrocchio, Leonardo da VinciLeonardo

L’opera testimonia l’organizzazione del lavoro nelle officine artistiche del Quattrocento, perfettamente efficienti e con una “moderna” divisione del lavoro e dei ruoli, dove era prassi che il capobottega ideasse l’opera, lasciando poi l’esecuzione di parti secondarie ad allievi e collaboratori, garantendo così alta qualità ma anche rapidità di esecuzione. La notissima iconografia del Battesimo di Cristo acquista un sapore particolare per la maniera in cui sono realizzati i due protagonisti, che danno la dimensione delle notevoli qualità del Verrocchio, Orafo, scultore, pittore, ingegnere, capo di una delle più importanti e fiorenti botteghe fiorentine della seconda metà del Quattrocento, vero crogiolo di formazione di artisti.Verrocchio, impostò la composizione e dipinse in parte le figure del Cristo e del Battista, con il suo stile lineare e nervoso. In un secondo momento vennero coinvolti altri collaboratori tra cui Leonardo e forse Sandro Botticelli, responsabile dell'angelo visto di fronte. A Leonardo si assegna l’angelo di profilo audacemente rivolto verso lo spettatore, in un moto deciso ma morbido. Il suo intervento si riconosce anche in alcuni dettagli minuziosamente naturalistici, come i morbidi peli del pube di Cristo e gli effetti di rifrazione sulle acque trasparenti del Giordano e ancora a lui spettano le velature a olio che unificano i piani del paesaggio in profondità e addolciscono il corpo del Cristo. L'opera, realizzata per il monastero vallombrosano di San Salvi, passò nel monastero di Santa Verdiana, finché, con le soppressioni, venne destinata alla Galleria delle Belle Arti e solo nel 1810 pervenne agli Uffizi. E’ stata restaurata nel 1998.

Testo di Giovanna Lazzi

 

APPROFONDIMENTO

L'opera è impostata su una struttura triangolare con al vertice la ciotola nella mano di san Giovanni e come base la linea che collega il piede sinistro del Battista a quello dell'angelo inginocchiato. La figura centrale di Cristo imprime alla composizione un movimento rotatorio e corrisponde alla torsione del Battista, accentuata dalla posizione di tre quarti dell'angelo di spalle che col volgersi della testa, indirizza lo sguardo dello spettatore verso Gesù. L’angelo crea una direttrice che dal margine esterno convoglia I'attenzione al centro, riequilibrando, in uno schema perfetto, il moto nervoso del corpo scolpito del Battista. Grazie alla valenza allegorica del triangolo, il gioco di sguardi e di gesti, proprio in virtù della calibrata scansione degli spazi e delle geometrie, realizza una sintesi straordinaria sia sul piano compositivo che simbolico. La scena, memore della tradizione iconografica soprattutto quattrocentesca, si attiene alla descrizione dei vangeli: Cristo coperto dal solo perizoma riceve il battesimo da Giovanni, che sorregge un’esile croce e un cartiglio con la scritta ECCE AGNUS DEI QUI TOLLIT PECCATA MUNDI, compendio della missione salvifica; a sinistra due angeli inginocchiati, uno dei quali regge le vesti di Gesù, in funzione non solo di comprimari ma quasi di commentatori dell’evento straordinario. Sullo sfondo il paesaggio della valle del Giordano è immerso in una luce chiara che ammorbidisce e sfuma le forme fino all’infinito, in antitesi con le rocce squadrate che chiudono a destra la quinta scenica e con la palma stecchita e metallica a sinistra, allusiva alla redenzione. Il rapace nero in fuga rappresenta l’antitesi tra bene e male, verità ed eresia di contro alla colomba dello Spirito santo circondata da raggi divini.

Testo di Giovanna Lazzi

The panel testifies to the organisation of the work in 15th-century artstic schools, perfectly efficient and “modernly” sharing work and roles: usually, the head of the workshop devised the work and then left the execution of secondary parts to students and collaborators, hence guaranteeing both high quality and swift completion. The well-known iconography of the Baptism of Christ gains special flavour from the way in which the two figures are realised: they convey the remarkable qualities of Verrocchio, head of one of the most important, flourishing Florentine workshops of the second half of the 1400‘s, a real melting pot for training artists.  Verrocchio lay down the composition and partly painted the figures of Christ and the Baptist, with his linear, nervous style, deriving from his specialisation in goldsmith’s art. Other collaborators were brought in including Leonardo and, maybe Sandro Botticelli, responsible for the angel seen from the front. Leonardo, pupil in the workshop, is assigned with the angel in profile, audaciously turned towards the spectator, in a decisive but soft movement. His involvement is also seen in several minutely naturalistic details, such as the soft hairs of Christ’s pubis and the refraction effects on the transparent waters of the Jordan. He may also be responsible for the oil glaze that unifies the deep landscape schemes and sweetens Christ’s body. This work was made for the Vallombrosan Monastery of San Salvi, but entered the Monastery of Santa Verdiana, until it was, with soppressions, handed to Galleria delle Belle Arti; it only reached the Uffizi in 1810. It was restored in 1998.

 

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The work is set on a triangular structure, with the bowl in Saint John’s hand at the top and the line connecting the Baptist’s left leg with the kneeling angel’s as the base. The central figure of Christ gives the composition a rotating movement and corresponds to the Baptist’s twist, accentuated by the three-quarter position of the angel behind as he turns his head to direct the spectator’s gaze towards Jesus, creating a trajectory that draws one’s attention from the external margin to the centre and in a perfect framework balances the nervous movements of the Baptist’s sculpted body. By virtue of the calibrated scansion of space and geometry, this play of looks and gestures achieves an extraordinary synthesis, both compositionally and symbolically, due to the triangle’s allegorical value. The scene respects the Gospel description (Mt 3.3-17, Mk 1.9-11; Jn 1,29), mindful of the - mainly 15th-century - iconographical tradition: Christ, covered in a loincloth alone, receives Baptism from John, who holds a thin cross and a scroll with the text ECCE AGNUS DEI QUI TOLLIT PECCATA MUNDI, compendium of the mission of redemption; to the left, two kneeling angels, one holding Jesus’ clothes, function as not only supporting players but also almost commentators on the extraordinary event. In the background, the landscape of the Valley of Jordan is immersed in clear light which softens and nuances the forms ad infinitum, in contrast to the squarish rocks that close the stage scene on the right and to the stiff, metallic palm, alluding to redemption, on the left. The black bird of prey in flight repesents the antihesis of good and evil, truth and heresy, as against the dove of the Holy Spirit, surrounded by divine rays.

Text by Giovanna Lazzi

AnnunciazioneAnnunciation

Leonardo da VinciLeonardo

Sintesi della lezione appresa da Leonardo nella bottega di Andrea del Verrocchio, maestro dell’artista a Firenze, l’opera, destinata al refettorio della chiesa fiorentina di San Bartolomeo a Monte Oliveto, è concepita per una collocazione all'interno di una copertura lignea della parete, come in uso nelle case dell'epoca, motivo delle presunte incongruenze spaziali-compositive sempre denunciate dalla critica. Nell’insieme colpiscono i motivi ornamentali del leggìo a sinistra della Vergine, desunti dal sarcofago (1472) della tomba di Giovanni e Piero de’ Medici (Firenze, San Lorenzo, Sacrestia Vecchia) realizzato dall’officina verrochiesca: elementi indiziari di una cronologia assestabile tra il 1472-73. L’atmosferica trasparenza del paesaggio roccioso al centro del fondo è precoce attestazione delle sperimentazioni prospettiche caratterizzanti i successivi capolavori leonardeschi. 

Testo di Maria Teresa Tancredi

 

APPROFONDIMENTO

Leonardo si allontanò dall'iconografia tradizionale del tema dell'Annunciazione ambientando la scena in un giardino invece che in un luogo chiuso come voleva la tradizione medievale, in allusione al concepimento di Maria. La purezza della Vergine è allusa anche dal giglio che Gabriele le porge, secondo la tradizione, e ancora a lei, madre di Cristo e emblema della Chiesa, sono associati i cipressi che svettano sul fondo, in virtù della caratteristica di crescere allungati verso il cielo. E infine la conchiglia che sormonta il festone con foglie, frutta e fiori, è uno dei simboli mariani, legati alla coltissima concezione neoplatonica della Venere Urania, l'Afrodite celeste, la madre universale, che mediante l'amore purificato conduce l'uomo alla catarsi. I consueti canoni iconografici sono rispettati dalla collocazione l'Angelo a sinistra e della Madonna a destra, ma l'espediente di porre la figura femminile in un angolo consente di intravedere lo spazio interno della camera da letto. Un muretto che delimita il giardino si apre un passaggio verso l'ampio scorcio di paesaggio, un fiume con anse e barche, montagne punteggiate da torri e alberi. La scena si svolge dunque in uno spazio riservato e discreto ma non chiuso in quanto l'apertura al mondo naturale sembra voler sottolineare come il miracolo dell'Incarnazione divina coinvolga l'intero creato. I fiori del prato e tutte le altre specie vegetali appaiono studiati dal vero, con precisione lenticolare botanica, con attenzione da scienziato e sono solo in parte riconducibili a influssi fiamminghi. La luce è chiarissima, mattutina, e ammorbidisce i contorni delle figure, mentre l'impostazione spaziale è resa piuttosto dal digradare progressivo dei colori, soprattutto nello sfondo già immerso nella foschia dello "sfumato". In alcuni punti si possono addirittura notare le impronte digitali dell'artista, che talvolta stemperava il colore con i polpastrelli, come si riscontra sulle foglie dei festoni alla base del leggio e sulle dita della mano destra della Vergine. Il nitido rigore della prospettiva geometrica rimane nei dettagli architettonici, le proporzioni dell'edificio - una costruzione civile dai muri intonacati - del pavimento e del leggio, con un punto di fuga al centro della tavola. Lo spazio è, quindi, costruito con la luce mentre il colore rende l’atmosfera, le tinte azzurre creano la profondità, i colori chiari e freddi la lontananza i caldi il primo piano. Il candore del guarnello, la tipica veste degli angeli, si illumina del rosso del mantello soppannato da quel verde della speranza e la semplice gonnella cinta di Maria concede alla moda solo il taglio delle maniche da cui si intravede la camicia. L'incarnato dell'angelo è pallido e piatto molto diverso da quello del Battesimo di Cristo mentre la Madonna appare compostamente assorta nell'accettazione della sua missione, che sancisce con il gesto della mano aperta mentre l'altra è poggiata sulla Bibbia, aperta ad un passo di Isaia in greco e appoggiata su un velo meraviglioso, impalpabile nella sua sorprendente trasparenza. La scena sacra, tante volte ripetuta, assume un sapore particolare alla luce dell'insegnamento umanistico: l'incarnazione assicura la redenzione in un mondo però dove l'uomo vive in simbiosi con la natura, dove l'ordine assicura la calma, dove l'interno si apre all'esterno, dove tutto fluisce secondo regole precise e dove la ragione prevale sulla forza perché, come dice Leonardo nel Trattato della pittura, dove "manca la ragione suppliscono le grida".

Testo di Giovanna Lazzi    

Synthesis of the lessons learnt by Leonardo in the workshop of Andrea Verrocchio, the artist’s Florence master, this work was designed for the refectory of the Florentine Church of San Bartholomew at Monte Oliveto. It was conceived to be placed in wooden wall covering above, which explains the alleged incongruences in space and composition that critics have always pointed out. Overall, one is struck by the ornamental motifs on the lectern to the Virgin's left, gleaned from the sarcophagus of the tomb of Giovanni and Piero de’ Medici (Florence, San Lorenzo, Sacrestia Vecchia), made by Verrochio's laboratory. The atmospheric transparency of the rocky landscape mid-background is a precocious attestation of the perspective experimentations that would characterise future Leonardo masterpieces.

Text by Maria Teresa Tancredi

 

FIND OUT MORE

Leonardo moved away from the traditional iconography of the theme of the Annunciation, setting the scene in a garden rather than the closed area in Medieval convention, a hortus conclusus, alluding to the conception of Mary. There is further reference to her purity in the lily that Gabriel hands her, in accordance with tradition, and the cypresses soaring in the background are also associated with her as mother of Christ and emblem of the church, in that they grow up towards the sky. Further, the shell surmounting the garland with its leaves, fruit and flowers is one of the symbols of Mary, linked to the cultured Neo-Platonic conception of Venus Urania, celestial Aphrodite, the universal mother, who leads man to catharsis through purified love. The usual iconographical canons are respected by placing the Angel to the left  and the Madonna to the right, but the expedient of positioning the female figure in a corner reveals the space inside the bedroom. The wall bordering the garden opens up a wide view of the landscape, including a river with curves and boats, and mountains dotted with towers and trees. So the scene is played out in an area that is reserved and discrete but not closed, as the opening to the natural world may highlight how the miracle of the divine Incarnation involves all creation. The flowers on the meadow and all the other vegetable species seemed to have been studied in reality, with a precise botanical lens and scientific interest, and can only partly be attributed to Flemish influence. The clear, morning light softens the figures’ borders, while the spatial setting is dominated by the progressive fading of colour, especially in the background, which is already immersed in the "sfumato" mist. Some elements actually reveal the fingerprints of the artist, who sometimes tempered the colours with his fingertips, as shown by the garland leaves at the base of the lectern and the fingers of the Virgin’s right hand. The sharp rigour of geometrical perspective remains in the architectural details, the proportions of the floor, the building – a civilian construction with plastered walls – and the lectern, with a vanishing point at the centre of the table. The space is, then, formed with light, while colour fashions atmosphere, with depth created by the blue tints create depth, distance by the clear, cold colours, and the foreground by the cold colours. Light bounces off the wall, illuminating the characters’ faces and hair and modelling the architectural elements and the flowing drapery of the dresses in their classical cadences. The white of the fringe, the typical angel’s attire, is brightened by the red of the cloak, underlain by the green of hope and Mary’s simple girded skirt concedes to fashion only the cut of the sleeve, showing her blouse. The incarnation of the angel is pale and flat, quite unlike the one in the Baptism of Christ, while the Madonna appears composed, absorbed in accepting her mission, which she seals by opening one hand, as the other is placed on the Bible, displaying a passage from Isaiah, symbolising the truthfulness of Scripture, protected, in a mark of sacred respect, by the wondrous veil, impalpable in its surprising transparency. The Madonna appears composed, absorbed in accepting her mission, which she seals by opening one hand, as the other is placed on the Bible, displaying a passage from Isaiah, symbolising the truthfulness of Scripture, protected, in a mark of sacred respect, by the wondrous veil, impalpable in its surprising transparency. This oft-repeated holy scene takes on peculiar style in the light of humanistic teaching: the incarnation ensures redemption in a word where man lives in symbiosis with nature, order guarantees calm, the internal opens to the external, everything flows according to precise rules, and reason prevails over force because, as Leonardo wrote in the Treatise on Painting, “where reason fails, cries beseech".     

Adorazione dei MagiAdoration of the Magi

Leonardo da VinciLeonardo

Nel 1481 i monaci di San Donato a Scopeto commissionarono a Leonardo un'Adorazione dei Magi da completare nel giro di due anni. L'artista studiò la composizione approntando vari disegni preparatori: uno generale, dove compare anche la capanna ora a Parigi; uno dello sfondo conservato a Firenze, e vari studi riconducibili alla zuffa di cavalli o alla posizione della Madonna e del Bambino. Nell'estate del 1482, però, partì per Milano, lasciando l'opera incompiuta. La tavola di Leonardo era rimasta allo stato di abbozzo in casa di Amerigo de' Benci, dove la vide Vasari. Nel 1601 si trovava nelle raccolte di don Antonio de' Medici e, dopo la morte di suo figlio Giulio, nel 1670, approdò alle Gallerie fiorentine.

E’ stata restaurata tra il 2011 e la fine di marzo 2017.

Testo di Giovanna Lazzi

In 1481 the monks of San Donato a Scopeto commissioned an Adoration of the Magi of Leonardo, to be completed within two years. The artist studied the composition, producing several preparatory drawings: a general one, in which even the hut appears (Paris, Louvre, Cabinet des Dessins); one of the background (Florence, GDSU); and various studies that can lead back to the horses’ fight or the position of the Madonna and Child. But in the Summer of 1482, he departed for Milan, leaving the work incomplete. Leonardo’s panel remained, no more than a sketch, at the home Amerigo de' Benci, where it was seen by Vasari. In 1601 it was in the collections of don Antonio de' Medici, and, after the death of his son Giulio, in 1670, it reached the Florentine Galleries. In 1681, the sixteenth-century guild frame went missing, probably on the occasion of the painting’s transfer to Villa di Castello. Since 1794 it has been at the Museum definitively; it was restored between 2011 and late March 2017.

Text by Giovanna Lazzi

Vergine delle rocce Virgin of the Rocks

Leonardo da VinciLeonardo

La tavola della National Gallery, probabile opera di collaborazione, è documentata a Milano in San Francesco Grande sino alla fine del Settecento. Rispetto alla redazione del Louvre, il dato rilevante del quadro londinese risiede nella figura dell’angelo che non indico più il Battista, «un particolare importante, che non può ritenersi casuale», collegabile «ai contrasti anche violenti riguardo al tema dell’Immacolata Concezione», che coinvolgono senza dubbio l’omonima confraternita milanese, committente del dipinto vinciano. «L’aggiunta della croce sulla spalla del san Giovannino, spostava l’accento sul tema del sacrificio di Cristo e della passione, cui alluderebbe… anche il simbolismo dei fiori» in primo piano (M. Calì). 

Testo di Maria Teresa Tancredi

The National Gallery painting, probably fruit of collaboration, was documented at Milan in San Francesco Grande until the end of the 1700’s. With respect to the Louvre copy, the London panel’s relevant data lies in the figure of the angel who no longer points to the Baptist, «an important detail, that cannot be considered casual», linkable to «the even violent contrasts regarding the theme of the Immaculate Conception», doubtlessly involving the eponymous Milanese co-fraternity, commissioner of the Vincean painting. «The addition of the Cross on Saint John’s shoulder shifted the emphasis to the theme of Christ's sacrifice and the Passion, also alluded to… by the symbolism of the flowers» in the foreground (M. Calì). 

Text by Maria Teresa Tancredi

Dama con l'ermellinoLady with an Ermine

Leonardo da VinciLeonardo

L'identificazione della dama con Cecilia Gallerani, favorita di Ludovico il Sforza, detto il Moro, si basa su un sonetto del 1493 di Bernardo Bellincioni "Sopra il ritratto di Madonna Cecilia, qual fece Leonardo".

Di che ti adiri? A chi invidia hai Natura  / Al Vinci che ha ritratto una tua stella: Cecilia! sì bellissima oggi è quella / Che a suoi begli occhi el sol par ombra oscura. L'onore è tuo, sebben con sua pittura / La fa che par che ascolti e non favella: Pensa quanto sarà più viva e bella, / Più a te fia gloria in ogni età futura. Ringraziar dunque Ludovico or puoi / E l'ingegno e la man di Leonardo, Che a' posteri di te voglia far parte./ Chi lei vedrà così, benché sia tardo, Vederla viva, dirà: Basti a noi / Comprender or quel eh' è natura et arte.

Cecilia era figlia di Margherita de' Busti e Fazio Gallerani, famiglia di origini senesi che si rifugiò a Milano agli inizi del Quattrocento quando il nonno Sigerio Gallerani, giurista e ghibellino fuggì per il prevalere dei guelfi. Quando il padre di Cecilia morì, la famiglia, che aveva conquistato un ruolo importante presso la corte milanese, si venne a trovare in pesanti difficoltà, quindi l'istruzione della giovane venne probabilmente curata dalla madre che, figlia di studiosi, incoraggiò quel talento tanto lodato dai letterati dell'epoca. È databile intorno al 1490 la presenza ufficiale della giovane a corte. Ebbe un figlio da Ludovico il Moro, Cesare e ricevette in dono diversi immobili tra cui il Palazzo Carmagnola, dove grazie alla sua cultura personale e al suo amore per il sapere verrà istituito una sorta di cenacolo letterario e artistico. 

 

APPROFONDIMENTO

Il dipinto, che ebbe subito un notevole successo rinnovando profondamente l'ambiente artistico milanese, viene datato dopo il 1488, quando Ludovico il Moro ricevette il prestigioso titolo di cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino dal re di Napoli. La scansione e analisi multispettrale delle immagini di Pascal Cotte consentono di verificare che la versione nota del dipinto rappresenterebbe il risultato finale di revisioni e rifacimenti come l’aggiunta di un esemplare della famiglia dei mustelidi, donnola o furetto, poi mutato in ermellino. La posa dell’animale è coerente con le note di Leonardo nel trattato De Pittura “ perché gli è necessario fare i lor moti (della testa) che mostrino vivacità desta, e non addormentata”.

L’abbigliamento è molto curato, ma non eccessivamente sfarzoso, per l'assenza di gioielli, a parte la lunga collana di granati, simbolo di amore fedele, forse un dono di Ludovico il Moro, interpretati anche come onice o corallo o addirittura grani “finti” contenenti profumi. Sulla “camora”, tagliata in vita con gonna ampia e scollatura decorata con motivi ad intreccio detti “groppi” o “vincji”,  in quanto ricorrenti nei disegni di Leonardo,  la giovane porta la “sbernia”,  il mantello indossato asimmetricamente sopra una spalla, di raso turchino foderata in zendale “leonato”, fulvo come il leone, “alla spagnola”,  secondo una moda lanciata alla corte aragonese di Napoli e introdotta a Milano da Isabella d’Aragona, sposa di Gian Galeazzo Sforza. I vistosi fiocchi neri sono frutto di ritocchi successivi. Le maniche sono di due colori diversi, adornate da nastri che potevano essere sciolti per sostituirle. Una cuffia di velo con l’orlo ricamato trattenuta da una “lenza“, serra i capelli pettinati ancora “alla spagnola“, lisci, divisi da una riga centrale, con due bande aderenti al volto raccolte sul retro da una coda (“coazzone” in milanese), infilata nel “trenzado”, una guaina che serviva per trattenere e intrecciare i capelli, con la ciocca sotto il mento in obbedienza alla nuova moda spagnola ma rivisitata al gusto lombardo. Cecilia già con l’arrivo di Isabella pare avesse adottato le fogge alla catalana come nota il corrispondente estense Giacomo Trotti: «Questa duchessa (Isabella) l’ha vestita alla catalana e la tene in palma di mano», dunque prima del 1491 quando la loro adozione in area milanese con l’ingresso di Beatrice d’Este diventa una vera e propria moda.

Lo sfondo è scuro (ma lo era molto meno prima di un restauro del XIX secolo) e dall'analisi ai raggi X emerge che dietro la spalla sinistra della dama era originariamente dipinta una finestra. Lo schema del ritratto quattrocentesco, a mezzo busto e di tre quarti, viene superato da Leonardo con una duplice rotazione, il busto rivolto a sinistra e la testa a destra, come se Cecilia stesse osservando qualcuno che entra  nella stanza.  Grande risalto è dato alla mano con le dita lunghe e affusolate che rivelano una attenta analisi anatomica, oltre che una sottile ma profonda nota psicologica del personaggio. 

Testo di Giovanna Lazzi

The girl’s identification with Cecilia Gallerani is based on a sonnet (1493) by Bernardo Bellincioni "On the Portrait of Madonna Cecilia, which Leonardo made".

Nature, what provokes you, who arouses your envy?/ It is Vinci, who has painted one of your stars!/ Cecilia, today so very beautiful, is the one/ Beside whose beautiful eyes the sun appears as a dark shadow./ The poet: The honour is yours [Nature], even if in his picture/ She seems to listen and not converse./ Think only, the more alive and beautiful she is, The greater will be your glory every future era./ Give thanks therefore to Ludovico, or rather/ To the supreme talent and hand of Leonardo,/ Which allows you to partake in posterity./ Everyone who sees her thus - even later,/ Seeing her alive - will say, that this is enough for us/ To understand what is nature and what is art./

As an exchange of letters from 1498 attests, Isabella d’Este, wife of Francesco Gonzaga, Lord of Mantua, borrowed the work, and then commissioned from Leonardo a portrait, a cartoon of which remains (Cabinet des Dessins du Louvre). Cecilia was the daughter of Margherita de' Busti and Fazio Gallerani, a family of Siena origins who took refuge in Milan in the early 1400s, when the grandfather Sigerio Gallerani, jurist and Ghibelline, fled to prevail over Guelphs. When Cecilia’s father died, the family, who had won an important role at the ducal court, found itself in great difficulty, so the girl’s education was probably entrusted to her mother, a daughter of scholars who encouraged the talent so praised by the literati of the period. The young lady’s official presence at court can be dated around 1490. She had a son by Ludovico il Moro, Cesare, and was given various estates, including Palazzo Carmagnola, where her personal culture and love for knowledge took her into a sort of literary and artistic coterie. 

 

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The painting was an immediate success, greatly renewing Milan’s artistic milieu, and it is dated after 1488, when the King of Naples gave Ludovico il Moro the prestigious title of Knight of the Order of the Ermine. Multi-spectral scansion and analysis of Pascal Cotte’s images have verified that the known version of the painting is the final result of revisions and reworking, such as adding a specimen of the mustelid family, a weasel or ferret, later changed into an ermine. The animal’s pose is coherent with Leonardo’s notes in his tract De Pittura “because it is necessary to make their (head) movements so as to show wakeful, not sleeping, liveliness. The clothing, too, is very neat, but not excessively lavish, as it lacks jewels, apart from the long necklace of grain, a symbol of faithful love, perhaps a gift from Ludovico il Moro, also interpreted as onyx, coral or even ‘fake’ wheat containing perfumes. On the “camora”, cut at the waist, and the neckline, decorated with woven motifs called “groppi” or “vincji”, as they recur in Leonardo’s drawings, the young lady wears the “sbernia”, the coat placed asymmetrically over one shoulder, in turquoise satin lined in “leonato” frills, tawny like a lion, “alla spagnola”, in line with a fashion set by the Aragon Court of Naples and introduced to Milan by Isabella d’Aragona, bride of Gian Galeazzo Sforza in February 1489. The showy black lace is the result of later finishing. The sleeves are two different colours and adorned with bows that could be untied to be substituted. A veil headpiece with its embroidered hem, held in by a “lenza”, clasps the hair, also “alla spagnola”, smooth, divided by a centre parting, with two bands sticking to the face, gathered behind in a tail (“coazzone” in Milanese), drawn into a “trenzado”,  a braid used to hold back and plait the hair, the lock under the chin following the new Spanish style, but revisited in the Lombard taste. Even on Isabella’s arrival, Cecilia seems to have adopted the Catalan style, as the Este correspondent Giacomo Trotti notes: «The Duchess Isabella has dressed her in the Catalan mode and carry her in the palm of her hand», so before 1491, when its introduction to the Milanese milieu with the entrance of Beatrice d’Este becomes out-and-out fashion. The background is dark (but it was far more so before restoration in the XIX century) and X-ray analysis shows that a window had originally been painted behind the lady’s left shoulder. Leonardo goes beyond the 1400’s portrait scheme of half bust in three quarters by using a double rotation, turning the bust to the left and the head to the right, as if Cecilia were observing someone entering the room, and the body movement investigates the feelings of the soul. Emphasis is given to the hand, with its long, sleek fingers revealing accurate anatomic analysis, as well as subtle but deep psychological study of character. 

Text by Giovanna Lazzi

Ginevra de' BenciGinevra de' Benci

Leonardo da VinciLeonardo

L’opera rappresenta l’esordio dell’artista nel genere del ritratto e risale al tratto al periodo finale della permanenza di Leonardo nella bottega di Andrea del Verrocchio. La fissità del volto e del busto della malinconica dama, indagati in modo analitico ricorrendo alla tecnica fiamminga, contrasta con la resa atmosferica del paesaggio a destra. Ancora incerte sono le ragioni della commisione del dipinto, forse richiesto per le nozze di Ginevra Benci con Luigi di Bernardo di Lapo Niccolini. Lo farebbero credere i rami di ginepro sulla sinistra, simbolo di castità e amore coniugale. La critica ha però anche suggerito di riconoscere il committente del quadro in Bernardo Bembo, ambasciatore a Firenze per conto della Repubblica di Venezia, legato alla Benci da platonici sentimenti amorosi.

Testo di Maria Teresa Tancredi

 

APPROFONDIMENTO

“Ritrasse la Ginevra d'Amerigo Benci cosa bellissima" scrissero il Vasari e l’Anonimo Gaddiano “, la quale tanto bene finì che non il ritratto ma la propria Ginevra pareva”.

Richiamano al nome della giovane, in una chiara assonanza, le fronde sempreverdi di ginepro che circondano, come un’aureola, il volto intenso. Sul verso un nastro avvolto alla ghirlanda reca l’iscrizione VIRTUTEM FORMA DECORAT (La bellezza adorna la virtù). Le fronde che attorniano il rametto di ginepro possono alludere alle virtù della fanciulla e al suo talento poetico ma comparivano anche nello stemma di Bernardo Bembo, utilizzato come segno di possesso nei suoi manoscritti, dove compare il motto VIRTUS ET HONOR, scoperto anche nella tavola mediante esami ai raggi infrarossi condotti dalla National Gallery. Si avvalora così l’ipotesi che alle vicende del ritratto non sia estranea la figura del poeta e umanista veneziano Bernardo Bembo, ambasciatore a Firenze per conto della Repubblica di Venezia, legato alla Benci da un fitta corrispondenza se non da sentimenti amorosi. Aggiungendo la parola iuniperus (ginepro) a queste lettere e anagrammando il motto come in una “macchina alfabetica” si ottiene VINCI PERITUS AUDET FORMARE TORUM, (L’esperto Vinci osa formare il giro di nastro alla ghirlanda).

L'acconciatura è tipica delle giovani fiorentine nell'ultimo quarto del Quattrocento, con i capelli raccolti sulla nuca lasciando liberi piccoli ricci intorno al volto, come Giovanna Tornabuoni negli affreschi del Ghirlandaio nella cappella maggiore di Santa Maria Novella, tanto che il Vasari scambiò l’identificazione delle due fanciulle. Al colore dei capelli si intona quello dell’abito e persino lo sfondo del paesaggio dove tornano gli elementi cari al pittore: specchi d'acqua, campanili e torri appuntite, montagne che si stemperano nei toni azzurrini dello sfondo secondo le regole della prospettiva, con la ricchezza dei dettagli alla fiamminga.  Per creare l’effetto di un incarnato quasi vivo, Leonardo distribuì il colore sul volto usando anche le dita. Ginevra indossa una veste chiusa da lacci di foggia comune anche se arricchita da un gallone dorato con un velo a mostra che chiude la scollatura. L’abbigliamento senza sfoggi particolari sembra calare la fanciulla nella quotidianità. Attraverso l’espressione intensa degli occhi allungati e seri senza sorriso, decisi e intelligenti, si mette in evidenza non solo l’aspetto esteriore ma anche il carattere. La sfericità del volto che fora lo spazio e si impone nella sua forma geometrica riprende la tradizione tanto cara a artisti rigorosi come Piero della Francesca o il Laurana. Ma la volumetria quasi tridimensionale non annulla la personalità tanto lo sguardo è penetrante mentre la piega ferma delle labbra denota una fermezza d’animo che tuttavia non poteva bastare ad annullare le convenzioni sociali, che imponevano ad una donna, specie se di rango, di piegarsi alle decisioni della famiglia soprattutto riguardo al suo matrimonio. Nonostante che la Benci sia stata ricordata anche da Lorenzo il Magnifico come una delle donne più colte della società fiorentina, il suo destino era comunque segnato.

Già in questo splendido e precoce ritratto l’artista vuole “isprimere con l’atto la passione dell’anima sua”, avvalorando la convinzione che anche se i movimenti del corpo avvengono per processi meccanici, che aveva studiato con tenace acribia, la loro origine è nell’anima, la cui natura non è meccanica ma spirituale. Il dipinto venne decurtato di almeno un terzo nella parte inferiore, tagliando così le mani, che dovevano giocare un ruolo importante come nei più famosi ritratti di Leonardo e nella Dama con il mazzolino di Verrocchio (Firenze, Bargello), e come sembra testimoniare uno studio conservato nella Royal Library del Castello di Windsor.

Testo di Giovanna Lazzi 

This work can be dated towards the end of Leonardo’s stay in Andrea Verrocchio's workshop, and marks the artist’s début in the portrait genre. The steadiness in the melancholic lady’s face and bust, analytically investigated with recourse to the Fleming technique, contrasts the atmospheric rendering of the countryside to the right. The reasons for the painting’s commission remain unknown, but it may have requested for Ginevra Benci's wedding to Luigi di Bernardo di Lapo Niccolini, considering the juniper twigs on the left, symbolising chastity and conjugal love. However, critics have also suggested the work was ordered by Bernardo Bembo, ambassador in Florence for the Republic of Venice and linked to Benci by feelings of Platonic love. 

Text by Maria Teresa Tancredi

 

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 “He made a portrait of Ginevra d'Amerigo Benci, a beautiful work,” wrote Vasari and the Anonymous Gaddiano, “which was so well completed that it seemed not a portrait but Ginevra herself.” Various letters attest to the relationship between Leonardo and the rich banker Amerigo Benci, whose daughter Ginevra married Luigi di Bernardo di Lapo Niccolini in 1474, and the panel is said to have been painted for that occasion. The young lady’s name is alluded to through the clear assonance of the evergreen juniper leaves that surround her intense countenance like a halo. On the back, a bow wrapped round the garland bears the inscription VIRTUTEM FORMA DECORAT (Beauty adorns virtue); the foliage around the juniper branch may refer to the youth’s virtue and poetic talent, but it also appeared in Bernardo Bembo’s coat of arms, used as a sign of possession in his manuscripts, like the one at the hand of Bartolomeo Sanvito in a poem by Paolo Marsi, which includes the motto VIRTUS ET HONOR, also discovered in this panel through infrared ray exams performed by the National Gallery. This supports the hypothesis that the portrait’s history also involves the Venetian poet and humanist Bernardo Bembo, ambassador at Florence on behalf of the Republic of Venice, linked to Benci by copious correspondence and perhaps love. Adding the word iuniperus (juniper) to these letters and making the motto an anagram as in an “encyphered code” reveals VINCI PERITUS AUDET FORMARE TORUM (The expert Vinci dares to form the twist of the garland bow. The coiffure is typical of Florentine youths from the final quarter of the 1400’s, the hair gathered at the nape to leave small, free curls around the face, like Giovanna Tornabuoni in frescos by Ghirlandaio in the greater chapel of Santa Maria Novella, so much so that Vasari confused the identification of the two young women. The colour of the hair matches that of the dress and even the landscape background, where elements dear to the painter recur: water reflections, bell and pointed towers, mountains spreading into the pale blue background in accordance with the rules of perspective, with Fleming-style richness of detail. To create the effect of almost living pink, Leonardo distributed the colour over the face with his fingers. Ginevra wears a closed, lace-like dress that is common but enriched by a gold braid with a lapel veil to close the neckline. The far-from-showy clothing seems to locate the lady in everyday life, almost to stress not only her exterior appearance but rather her character. The sphericity of the face, which pierces the space and imposes itself in its geometric form, so dear to such rigorous artists as Piero della Francesca or Laurana. But the gaze is so penetrating that the almost three-dimensional volumetry does not cancel out her personality, while the firm curl of the lips denotes a resoluteness of heart which could not suffice to annul the social conventions which made a woman, especially a high-ranking one, bend to family decisions, particularly in marriage. Although Benci is even remembered by Lorenzo il Magnifico as one of the most cultured ladies in Florentine society, her destiny was sealed. Even in this splendid, precocious portrait, the artist wishes to “express the passion of his soul in deed”, confirming the conviction that body movements may occur through specific mechanisms, which he had studied with tenacious precision, but they originate from the soul, which is not mechanical but spiritual in nature. The painting was shortened by at least a third in its lower part, cutting the hands, which were to play a significant part, as in Leonardo’s more famous portraits and Verrocchio’s Woman with Flowers (Florence, Bargello), and as a study conserved in Windsor Castle Royal Library seems to testify. 

Text by Giovanna Lazzi

Sposalizio della VergineThe Marriage of the VirginMariage de la Vierge

Raffaello SanzioRaphael

L’opera, firmata e datata 1504, proviene dalla chiesa di San Francesco a Città di Castello. Rappresenta sicuramente il primo vero raggiungimento del giovane Raffaello. Si assiste, infatti, al definitivo superamento delle modalità adottate dal tardo Perugino. Dietro la cortina delle figure simmetricamente bilanciate in primo piano, Raffaello orchestra una soluzione compositiva culminante nello straordinario tempio poligonale, d'ispirazione apertamente bramantesca. Il rapporto con Bramante, illustre conterraneo dell’urbinate, s'impone nel modo in cui appare concepito l’elegantissimo organismo architettonico, la parte più limpida e più monumentalmente calibrata dell’insieme. La costruzione templare, stagliata su un cielo terso, appare animata dalla visione prospettica delle colonne e degli archi del loggiato.

The work, signed and dated 1504, comes from the Church of Saint Francis at Città di Castello. It is the young Raphael's first true achievement as he definitively surpasses methods adapted by the late Perugino.
Behind the foreground court of symmetrically balanced figures, Raphael orchestrates a composition solution culminating in the extraordinary polygonal temple, clearly influenced by Bramante. The relationship with this illustrious fellow Urbinate appears in the elegant architectural organism, the most limpid, monumentally calibrated part of the whole. The temple stands out against a terse sky, animated by the prospective vision of the loggiato columns and arcs.

L’œuvre, signée et datée de 1504, provient de l’église de San Francesco à Città di Castello. C’est certainement la première véritable réalisation du jeune Raphaël. En fait, nous assistons au dépassement définitif des façons de faire suivies par le dernier Pérugin. Derrière le rideau de personnages symétriquement équilibrés au premier plan, Raphaël organise une composition qui culmine dans l’extraordinaire temple polygonal, ouvertement inspiré de Bramante. La relation avec Bramante, son illustre compatriote, est évidente dans la manière dont l’ensemble architectural très élégant - la partie la plus claire et la plus calibrée de l’ensemble - a été conçu. La construction du temple, silhouettée sur un ciel clair, nous apparaît animée par la vue en perspective des colonnes et des arcs de la loggia.

Madonna del pratoMadonna del pratoMadonna del prato

Raffaello SanzioRaphael

Nella piena maturità del Raffaello fiorentino, quest’opera, del 1506, malgrado gli infondati dubbi sull’attribuzione, va ritenuta centrale e culminante della ricerca formalmente suprema dell’urbinate. L’organizzazione compositiva della stupenda figura di Madonna, con i bambini che giocano in primo piano, e la parte superiore, con quel rosso tinto qualificato profondamente che svetta sul grande paesaggio, evocano davvero l’erezione di un monumento. Con ogni evidenza siamo di fronte ad una vera e propria opera architettonica: l’articolazione delle forme, l’intonazione cromatica e la limpidezza atmosferica danno vita ad un altissimo raggiungimento.

Testo di Ferdinando Bologna

This work was made in 1506, at Raphael's full Florentine maturity, and marks the culmination of his search for formal supremity, despite unfounded doubts over attribution. The painting evokes the erection of a monument through its compositional organisation, the stupendous Madonna and playing children in the foreground, and qualified red soaring over the great landscape above. We are in the presence of a truly architectural work: articulation of forms, chromatic intonation and atmospheric clarity enliven a mighty achievement.

Test by Ferdinando Bologna

Cet œuvre de 1506, qui finalement est attribuée à Raphaël, date de la pleine maturité atteinte par Raphaël dans son séjour florentin, doit être considéré comme centrale dans la recherche formelle du maître d’Urbino. L'organisation de la composition de la splendide figure de la Vierge, avec les enfants jouant au premier plan, et la partie supérieure, avec ce rouge teinté, qui se détache sur le grand paysage, évoquent vraiment l'érection d'un monument. De toute évidence nous sommes confrontés à un véritable travail architectural : l'articulation des formes, l'intonation chromatique et la clarté de l'atmosphère donnent vie à une très grande réalisation.

Cristo portato al sepolcroChrist at the SepulchreLe Christ porté au tombeau

Raffaello SanzioRaphael

Il dipinto, eseguito nel 1507, era completato da una cimasa e da una predella ora conservate in altre sedi museali. Costituisce un ulteriore avanzamento rispetto ai raggiungimenti già notevolissimi rappresentati dalla Madonna del prato, quella del cardellino e dalla Bella Giardiniera del Louvre (1506-07). Qui però si assiste ad una rappresentazione della storia, intesa come fatto dinamico, narrativo, come presentazione di un evento che si svolge sotto gli occhi dello spettatore. Ciò preannuncia la caratterizzazione monumentale impressa al racconto figurato messa in atto da Raffaello nelle Stanze Vaticane. Nella parte inferiore a destra la figura accosciata è una citazione da Michelangelo, punto di riferimento saliente, in grado di sollecitare nuovi accrescimenti nelle ricerche del Sanzio.

The painting was executed in 1507 and completed by a moulding and dais now in other museums. It shows an advance on Raphael's already remarkable achievements, the Madonna del Prato, the Goldfinch and the Beautiful Gardener in the Louvre (1506-07), as it portrays history as dynamic, narrative fact, an event occurring before the viewer’s eyes. This work preannounces the monumental characterisation he would give to the tales recounted in the Vatican Rooms. 

The squatting figure in the lower, right-hand area is a tribute to Michelangelo, a salient point of reference, urging Raphael on in his research.

Le tableau, peint en 1507, s’achevait par une cimaise et une prédelle, conservées aujourd’hui dans d’autres musées. Il représente une nouvelle avancée par rapport aux réalisations déjà remarquables que représentent la Madonna del Prato, la Madone du Chardonneret jaune et la Belle Jardinière du Louvre (1506-07). Ici, cependant l’histoire est représentée sous la forme d’un fait dynamique et narratif, un événement qui se déroule sous le regard du spectateur. C’est l’annonce de la monumentalité imprimée à l’histoire figurée par Raphaël dans les Salles du Vatican. Dans la partie inférieure droite la figure accroupie est une citation de Michel-Ange, point de repère important. capable de stimuler une nouvelle croissance dans la recherche du Sanzio.

Ritratto di Baldassar CastiglionePortrait of Baldassar CastiglionePortrait de Baldassar Castiglione

Raffaello SanzioRaphael

L’opera è anteriore al 19 aprile 1516, quando in una lettera del Bembo indirizzata al Castiglione viene citata apertamente. Così com'erano stati punti culminanti della ritrattistica del Raffaello fiorentino i Ritratti di Agnolo Doni e di Maddalena sua moglie, così il dipinto del Louvre rappresenta la piena maturazione del Raffaello ritrattista nella fase ormai conclusiva della carriera. Nell’opera sono condensate qualità e fattori di origine veneziana e giorgionesca. Il modo con cui è rappresentato il velluto delle maniche, la straordinaria macchia proiettata dal copricapo sul fondo, la qualità suprema della fisionomia dell’effigiato, la bellezza anche materica della pelliccia e del velluto fanno del ritratto un altro superbo capolavoro raffaellesco, probabilmente uno dei quadri più belli che siano mai stati dipinti.

This work precedes 19 April 1516, when it was cited in a letter from Bembo to Castiglione. Agnolo Doni and his wife Maddalena represented the culmination of Raphael’s Florentine portraiture, while Baldassare Castiglione marks the full maturation of his portraiture in the concluding phase. The work condenses qualities and factors of Venetian and Giorgionesque origin. The portrayal of velvet on the sleeves, the extraordinary mark the hat throws onto the background, the supreme quality of the subject’s physiognomy, the - not least material - beauty of the fur and velvet make this portrait another Raphael masterpiece, probably one of the most beautiful pictures ever painted.

Ce portrait est antérieur au 19 avril 1516, date à laquelle dans une lettre de Bembo adressée à Castiglione il est mentionné clairement.
Tout comme les portraits d’Agnolo Doni et de son épouse Maddalena avaient été le point culminant de la période florentine de Raphaël, le tableau du Louvre représente la maturité complète de Raphaël comme portraitiste à la fin de sa carrière. L’œuvre contient des qualités et des éléments d’origine vénitienne et en particulier giorgionesque. La façon dont le velours des manches est représenté, l’étrange tache projetée par la coiffure sur le fond, la beauté de la physionomie de l’homme représenté, la qualité de la fourrure et du velours, dans leur matérialité même, font de ce portrait un autre superbe chef-d’œuvre de Raphaël, probablement un des plus beaux tableaux jamais réalisés.  

La MutaThe Mute WomanLa Muette

Raffaello SanzioRaphael

Il Ritratto di gentildonna detto “La Muta” rappresenta una tessera importante nel catalogo delle opere riservate a questo genere pittorico da Raffaello. Conservato nelle raccolte della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, il dipinto – un olio su tavola di raffinata esecuzione – risale al soggiorno fiorentino del maestro, come segnalano il taglio della figura, i caratteri del disegno e una notizia che attesta la presenza del quadro a Palazzo Pitti (Firenze) nel 1701. Databile al 1507, l’opera testimonia ancora una volta i molti stimoli che Raffaello trae dalla cultura figurativa leonardesca. Nell’assetto delle mani e nella posa è immediato l’aggancio con l’impianto della Gioconda (Parigi, Museo del Louvre), mentre il fondo scuro rievoca i ritratti di Cecilia Gallerani (Cracovia, Czartoryski Muzeum, La dama con l’ermellino), del musico della Pinacoteca Ambrosiana (Milano) e di Lucrezia Crivelli (Parigi, Musée du Louvre, La belle Ferronière). Il quadro suscita da sempre curiosità. L’identificazione dell’enigmatico personaggio è infatti sfuggente. Nel volto della giovane gentildonna sono state alternativamente riconosciute le sembianze di Elisabetta Gonzaga – moglie di Guidobaldo da Montefeltro –, Giovanna Feltria della Rovere – figlia di Federico da Montefeltro, oltre che promotrice del trasferimento di Raffaello a Firenze –, e perfino della madre dell’artista Magia di Battista Ciarla. Nonostante i dubbi sull’identità, di certo l’immagine consegna le fattezze di una donna di rango. Il set di gioielli – dagli anelli gemmati alla croce d’oro con al centro uno smeraldo – e la consistenza delle stoffe rimarcano lo status sociale del personaggio effigiato. Il ritratto restituisce anche indizi legati alla sfera esistenziale dell’anonima gentildonna. La malinconica fissità del volto, l’espressione assorta, la sobrietà delle vesti, il cupo sfondo nero suggeriscono una condizione di prematura vedovanza o di una inaspettata perdita familiare. Questi dettagli, messi in risalto attraverso calibrate scelte cromatiche e una sapiente indagine psicologica, qualificano l’opera come un’altra personalissima interpretazione, da parte del Sanzio, della ritrattistica di Leonardo. Il volto della donna traduce infatti i principi chiave della teoria vinciana dei “moti dell’animo”. In quest’ottica occorre interpretarne il celeberrimo titolo.

The Mute Woman, portrait of a lady, is an important moment in the catalogue of works Raphael dedicated to this pictorial genre. Conserved in the collections of Galleria Nazionale delle Marche in Urbino, the picture – a refinedly executed oil on wood – goes back to the master’s Florentine stay, which is demonstrated by the cut of the figure, the drawing features and a note reporting the presence of the work in Palazzo Pitti (Florence) in 1701. The painting can be dated at 1507 and proves once again the many stimuli Raphael drew from Leonardo’s figurative culture. The link to the layout of the Mona Lisa (Paris, Louvre) is immediate from the setting of the hands and pose, while the black background recalls the portraits of Cecilia Gallerani (Krakow, Czartoryski Muzeum, Lady with an Ermine), the musician from Pinacoteca Ambrosiana (Milan) and Lucrezia Crivelli (Paris, Louvre, La belle Ferronière). The painting has always aroused curiosity. Identification of the enigmatic subject remains elusive. The appearances of Elisabetta Gonzaga, Guidobaldo da Montefeltro’s wife; Giovanna Feltria della Rovere, Federico da Montefeltro’s daughter, and promotor of Raphael’s move to Florence; and even Magia di Battista Ciarla, the artist’s mother, have been alternately recognised in the face of the young lady. Despite such doubts, the image certainly portrays a lady of rank. The set of jewels – from the gemmed rings to the gold cross with an emerald at the centre – and the consistency of the textiles indicate the social status of the subject depicted. The portrait also gives hints of the anonymous lady’s existential sphere. The melancholic steadiness of the countenance, the absorbed expression, the sobriety of the clothes, the dark backdrop suggest a state of premature widowhood or an unexpected loss in the family. These details, emphasised by calibrated chromatic choices and wise psychological investigation, make the piece another highly personal interpretation of Leonardo’s portraiture by Raphael. The woman’s face transfers the key principles of da Vinci’s “motions of the soul”, and this is the context in which the famous title should be interpreted.

Le portrait de dame connue sous le nom de « La Muette » est une pièce d’importance dans le catalogue des œuvres consacrées par Raphaël à ce genre de peinture. Conservé dans les collections de la Galleria Nazionale delle Marche à Urbino, ce tableau - une huile sur bois d’exécution raffinée - date du séjour florentin du maître, comme en témoignent la disposition du personnage, les caractéristiques du dessin et une note qui atteste la présence du tableau au Palazzo Pitti (Florence) en 1701.Cette peinture a toujours suscité de la curiosité. L‘identité de ce personnage énigmatique est en fait insaisissable. Dans le visage de la jeune femme ont été alternativement reconnus les traits d’Elisabetta Gonzaga - épouse de Guidobaldo da Montefeltro -, de Giovanna Feltria della Rovere - fille de Federico da Montefeltro et promotrice du transfert de Raphaël à Florence -, et même de la mère de l’artiste Magia di Battista Ciarla. Malgré les doutes sur l’identité, l’image fournit certainement les traits d’une femme de rang. L’ensemble des bijoux - des bagues serties de pierres précieuses à la croix d’or avec une émeraude au centre - et la consistance des tissus soulignent le statut social de la personne représentée. Le portrait donne aussi des indications sur le caractère de cette femme anonyme. La fixité mélancolique du visage, l’expression pensive, la sobriété des vêtements, le fond noir foncé suggèrent un état de veuvage prématuré ou une perte familiale inattendue. Ces détails, mis en valeur par des choix chromatiques  et une habile recherche psychologique, font de cette œuvre  une autre interprétation très personnelle, par Sanzio, de l’art du portrait de Léonard de Vinci. Le visage de la femme traduit en effet les principes clés de la théorie de Vinci sur les « mouvements de l’âme ». Il est nécessaire d’interpréter dans cette perspective son titre célèbre. 

Amor sacro e Amor profanoSacred and Profane Love

Tiziano VecellioTitian

Lo stemma sulla fronte del sarcofago ha permesso di legare l'opera alle nozze avvenute nel maggio del 1514 tra il veneziano Niccolò Aurelio, segretario del Consiglio dei Dieci, e Laura Bagarotto, figlia del giureconsulto patavino Bertuccio Bagarotto. Pervenne nelle collezioni Borghese probabilmente attraverso l'acquisto di sessantun dipinti del cardinal Paolo Emilio Sfondrato da parte di Scipione Borghese, nel 1608. Il titolo compare nell'inventario del 1693, assegnato arbitrariamente come molti altri. Il dipinto attrae non solo per la straordinaria qualità ma anche per la difficoltà interpretativa in chiave simbolica; come molte opere rinascimentali deve esser considerato secondo varie chiavi di lettura. Il sarcofago classico, che funge da sedile alle due protagoniste, suggerisce immediatamente un ambito di committenza colto e raffinato, in grado di apprezzare complesse allegorie. Le due giovani donne, una vestita e una seminuda sono rappresentate con identiche caratteristiche fisionomiche a suggerire due diversi aspetti di una stessa situazione. Sullo sfondo, alle loro spalle, anche il paesaggio si contrappone: da un lato una città all'alba dall’altro un villaggio al tramonto. L’opera è stata letta in chiave neoplatonica, peraltro più squisitamente fiorentina, come rappresentazione della Venere terrena, l’amore carnale, e la Venere Urania, l’amore spirituale e intellettuale capace di spingere l’uomo fino a Dio, ma anche come possibile allusione al Sogno di Polifilo, una intrigante opera pervasa di colto erotismo, centrata sull’educazione “sentimentale” di un giovane, che ebbe enorme successo anche per le splendide illustrazioni dell’edizione veneziana di Manuzio del 1499. L'identificazione del committente e dell’occasione, supportata da prove documentarie, suffraga il tema matrimoniale, esplicitato anche in vari elementi, simboli di amore coniugale e di augurio di fecondità. Le due fanciulle sarebbero un'allusione alle due facce del matrimonio, la "sessualità" (voluptas) del rapporto privato e la "castità" (pudicitia) della sfera pubblica, unite come le acque che mescola il piccolo Eros. Sono raffigurate volutamente simili non solo nella fisionomia e in quei bellissimi capelli ramati il cui colore è stato legato al nome del pittore, ma anche nelle vesti: l'abito bianco dell’una, da cui emerge una manica rossa accuratamente alla moda, richiama i colori del mantello e del panno che parzialmente cela la nudità dell’altra. Tiziano si inserisce nella straordinaria stagione della pittura veneta in debito con l’arte di Giorgione, ma con una visione del tutto personale dove l’assoluta padronanza dell’uso del colore gli consente di scolpire panneggi, di delineare figure femminili sensuali ma classicamente possenti, di aprire paesaggi reali eppure quasi immersi in un’atmosfera da sogno.

Testo di Giovanna Lazzi

The coat-of-arms on the front of the sarcophagus has allowed us to link the work with the wedding between Venetian Niccolò Aurelio, secretary of the Council of Ten, and Laura Bagarotto, son of Po Jurisconsult Bertuccio Bagarotto, in May 1514. It probably came to the Borghese collection when Scipione Borghese purchased 71 paintings from Cardinal Paolo Emilio Sfondrato in 1608. The title appears in the 1693 inventory, assigned arbitrarily like many others. The attraction of the painting lies not only in its extraordinary quality, but also the difficulties in its symbolic interpretation; like many Renaissance works, it must be read in various ways. The classical sarcophagus, functioning as a seat for the two main characters, immediately suggests a cultured, refined commission field, able to understand complex allegories. The two young ladies, one clothed and one semi-nude, are portrayed with identical physiognomic features, implying two different aspects of the same situation. In the background behind them, the landscape is also contrasted: on one side, a city at dawn; on the other, a village at dusk. The work has been interpreted neo-Platonically, hence exquisitely Florentine, as the representation of Earthly Venus, carnal love, and Venus Uranus, spiritual and intellectual love, able to drive man to God, but also as a possible allusion to the dream of  Polifilo, an intriguing work pervaded by erotic worship, centred around the “sentimental” education of a youth, which enjoyed enormous success, not least for the splendid illustrations in the Venetian Manuzio edition of 1499. Identification of the commissioner and occasion, supported by document evidence, encourages the marriage theme, also made explicit in various elements, symbols of conjugal love and wishes for fecundity. The two women could be an allusion to the two faces of matrimony, the "sexuality" (voluptas) of the private relationship and the "chastity" (pudicitia) of the public sphere, united like the waters mixed by little Eros. The intentional similarity of the portrayal applies to the physiognomy and the beautiful copper hair, whose colour was linked to the painter's name, but also to the clothing: one's white dress, whence a red, accurately fashionable sleeve emerges, recalls the colours of the cloak and cloth partially covering the other's nudity. Titian is part of the extraordinary season of Venetian painting, owing something to the art of Giorgione, but with a wholly personal vision, where total mastery of the use of colour allows the sculpture of drapery, the delineation of sensual but classically powerful female figures, the opening of landscape that is real or immersed in a dream atmosphere.

Text by Giovanna Lazzi

La buona venturaFortune Teller

Michelangelo Merisi detto il CaravaggioMichelangelo Merisi da Caravaggio

L'intento centrale del Caravaggio giovane è quello di cogliere momenti di vita vissuta nell'attimo saliente in cui si manifesta. La zingara che legge la buona ventura al giovane, nel momento in cui lo inganna sfilandogli l'anello, è uno dei pezzi esemplari di questa linea interpretativa della realtà.

Un momento esemplare che però non parve tale ai suoi contemporanei. Il cardinale Federico Borromeo, per esempio, citando specificamente questo soggetto delle zingare che leggono la buona ventura, parla di soggetti spregevoli indegni di un pittore di alto livello.

Caravaggio non fu solito replicare i suoi dipinti: quando lo fece, apportò varianti importanti, che determinavano il quadro in un nuovo assetto, come di un’opera tutta nuova.

Quest’opera si differenzia dal quadro conservato al museo del Louvre nell'età dei personaggi, che appaiono leggermente più invecchiati. Oggi gli studi concordono nel considerare la Buona Ventura dei Musei Capitolini, databile intorno al 1594-95, il prototipo delle numerose derivazioni di questo soggetto, a partire da quella realizzata qualche anno dopo da Caravaggio e oggi al Louvre.

Per approfondire: Sergio Guarino, La Buona Ventura, in Caravaggio. Opere a Roma. Tecnica e Stile, Silvana Editoriale, 2016

The young Caravaggio’s central intent was to capture moments of life lived at the salient instant in which it manifests itself. The gypsy telling the young man’s fortune at the moment she deceives him by removing his ring is one of the exemplary pieces of this way to interpret reality.

However, it did not seem so to his contemporaries. For example, Cardinal Federico Borromeo, specifically quoting this subject of the fortune-telling gypsy, spoke of abject topics unworthy of a high-level painter.

Caravaggio did not usually repeat his paintings: when he did, he introduced important variations, giving the picture another arrangement, like a completely new work.

This painting differs from the one conserved at the Louvre in the age of its characters, who seem slightly older. Studies today concur in considering the Capitoline Museum Fortune Teller, datable to around 1594-95, the prototype of numerous derivations of the subject, starting from the one Caravaggio made several years later, now in the Louvre.

For further study: Sergio Guarino, Fortune Teller, in Caravaggio. Opere a Roma. Tecnica e Stile, Silvana Editoriale, 2016

Gli artisti